Trivelle Sì, Trivelle No. Il referendum spiegato in 5 domande.
16 Apr, 2016
trivelle

Domani chiamata alle urne per il referendum abrogativo sulle estrazioni degli idrocarburi in mare entro le 12 miglia dalla costa. Il tanto discusso dibattito tra Trivelle Sì e Trivelle No, sembra ormai essere stato sostituito dal più criticato dubbio tra Trivelle No e Voto No. La necessità di raggiungere il quorum del 50%+1 degli aventi diritto al voto per la validità dell’esito referendario ha portato alcuni dei fautori del mantenimento in vigore dell’emendamento apportato nella Legge di Stabilità apposto al comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 152 del 2006 a parlare di legittimità dell’astensione.

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di fare chiarezza sul Referendum di domani rispondendo ad alcune semplici domande.

DOVE E QUANDO SI VOTA?

Si vota domani, domenica 17 aprile, dalle 7 alle 23 presso il proprio seggio elettorale, indicato nella tessera elettorale personale. Possono votare tutti i cittadini italiani maggiorenni e in possesso di tessera elettorale.

 

CHI SONO I PROMOTORI DEL REFERENDUM?

Ad ottenere il Referendum sono state, per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana, dieci Regioni, poi diventate nove dopo il ritiro dell’Abruzzo, che hanno fatto richiesta per indire il voto popolare. Ricordiamo che trattandosi di un Referendum abrogativo l’iniziativa referendaria può essere presa o da un numero superiore di 500.000 elettori oppure da 5 o più consigli regionali.

Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto, questi i nove consigli regionali promotori. Un Referendum che va oltre gli schieramenti politici considerando che sei delle Regioni suddette hanno un governatore del Partito Democratico che quindi si oppone alla politica energetica del segretario Pd e Premier Matteo Renzi.

 

PER COSA SI VOTA?

Gli elettori sono chiamati a decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare, entro 12 miglia dalla costa, circa 20 chilometri da terra, debbano durare fino all’ esaurimento del giacimento, come avviene attualmente, oppure fino al termine della concessione.

Questo il quesito referendario per esteso che troveremo sulle schede domani:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

In poche parole la domanda che si troverà stampata sulle schede è: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”.

Dunque chi non vuole le trivelle nei mari italiani deve votare SI’, chi vuole che le trivelle restino senza una scadenza deve votare NO.

 

LE RAGIONI DEL VOTO? IL SI’!

Presupponiamo che venga raggiunto il Quorum necessario per la validità del voto. La vittoria del Sì e quindi l’approvazione dell’abrogazione cambierebbe il decreto legislativo n. 152 del 2006 impedendo l’ulteriore sfruttamento degli impianti già esistenti dopo la scadenza delle concessioni. I primi effetti si dovrebbero vedere a partire dal 2018 fino a circa il 2034, anno di scadenza delle ultime concessioni a trent’anni. Ricordiamo comunque che a prescindere dall’esito del Referendum le società petrolifere non possono più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia.

In altre parole, nel giro di qualche decennio verrebbe fermata l’estrazione in tutti gli impianti di vecchia concessione.

Queste le posizioni del comitato a favore del Sì “Vota sì x fermare le trivelle” (fonte: fermareletrivelle):

  • ESTRAZIONI: Il contributo delle attività entro le dodici miglia, pari al 3% dei nostri consumi di gas e meno dell’1% di petrolio, risulta alquanto inutile ai nostri fini energetici. Un contributo che è abbondantemente compensato dal calo dei consumi in atto da diversi anni (- 22% di gas anche se con una leggera risalita nel 2015 e -33%di petrolio negli ultimi 10 anni) e che nel futuro potrà essere ridotto in termini ancora maggiori grazie alla sostituzione con il biometano e agli interventi di efficienza energetica che, ricordiamolo, sono già previsti dalle Direttive europee.
  • INQUINAMENTO: Tra le preoccupazioni dei fautori del Sì vi è l’inquinamento provocato non solo da possibili incidenti ma anche da lavori di routine. Le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino ecostiero. A prescindere che siano di gas o petrolio, possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema, come oli, greggio, metalli pesanti o altre sostanze contaminanti, con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Anche la ricerca del gas e del petrolio che utilizza la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), incide sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca,che potrebbe registrare una diminuzione del pescato fino al 50%.

 

  • LAVORO: Nessun posto di lavoro è a rischio per colpa del referendum. A mettere in pericolo quei posti di lavoro,semmai, sono la crisi del settore, la riduzione dei consumi nazionali di gas (-21,6%) e petrolio (-33%) e lamancanza di una seria politica energetica nazionale. Inoltre se vince il Sì, le piattaforme non chiuderanno il18 aprile ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate, esattamente come previsto prim
    della Legge di Stabilità 2016. Si ripristinerà quindi la durata della concessione sottoscritte da Governo ecompagnie petrolifere. Inoltre, lo smantellamento delle piattaforme potrà creare nuova occupazione.

 

  • ROYALTIES: Tra i fatti più spinosi il tema delle Royalties. La normativa italiana prevede l’esenzione dal pagamento di aliquote per l’estrazione, per ogni concessione, delle prime 20 mila tonnellate di petrolio estratte in terraferma e le prime 50 mila tonnellate estratte in mare, così come per i primi 25 milioni di Smc di gas estratti in terra e i primi 80 milioni estratti in mare. Addirittura sono gratis le produzioni in regime di permesso di ricerca. A questo si aggiungono le detrazioni fiscali che le compagnie hanno sulle royalties versate alle Regioni. Delle 26 concessioni oggetto del referendum che sono state produttive nel 2015, solo 5 concessioni di gas e 4d i petrolio hanno pagato le royalties. Tutte le altre hanno estratto un quantitativo minore della franchigia prevista dalla legge e quindi non hanno versato nulla.

 

 

LE RAGIONI DEL VOTO? IL NO!

Presupponiamo che venga raggiunto il Quorum necessario per la validità del voto. Il mancato superamento della quota del 50%+1 degli aventi diritti al voto renderebbe vane i voti degli elettori andati alle urne portando quindi alla situazione auspicata dagli stessi promotori del No, ovvero il mantenimento della norma in vigore senza apporvi cambiamenti.

Nel caso di vittoria del NO tutto resterà sostanzialmente invariato e le estrazioni in corso entro le 12 miglia potranno durare fino all’esaurimento dei giacimenti.  Alla scadenza della concessione dovrà comunque essere presentata una richiesta di prolungamento dell’attività e dovranno ottenere un’autorizzazione in base alla valutazione di impatto ambientale.

Il comitato a favore del No, denominato degli “Ottimisti e razionali” sul loro sito web espongono i motivi che dovrebbero spingere a far proseguire senza limiti di tempo l’estrazione di idrocarburi nei mari italiani.

Questi alcuni dei punti da loro evidenziati:

  • ESTRAZIONI: La produzione italiana di gas e di petrolio – a terra e in mare- copre, rispettivamente, l’11,8% e il 10,3% del nostro fabbisogno.  In Euro questo significa 4,5 miliardi all’anno di risparmio sulla bolletta energetica.

Su questo aspetto sulle pagine di Repubblica.it si legge un ulteriore chiarimento: ” Visto che questo dato comprende anche le piattaforme che non rischiano la chiusura perché non sono oggetto di referendum, su questo punto le stime dei due schieramenti non si allontanano: l’85% del petrolio italiano viene dai pozzi a terra, non in discussione, e un terzo di quello estratto in mare viene da una piattaforma oltre le 12 miglia, non in discussione.”

  • INQUINAMENTO: L’estrazione di gas è sicura. C’è un controllo costante dell’Ispra, dell’Istituto Nazionale di geofisica, di quello di geologia e di quello di oceanografia. C’è il controllo delle Capitanerie di porto, delle Usl e delle Asl nonché quello dell’Istituto superiore di Sanità e dei ministeri competenti. Mai sono stati segnalati incidenti o pericoli di un qualche rilievo.

 

  • LAVORO: L’attività estrattiva del gas metano non danneggia in alcun modo il turismo e le altre attività. Il 50% del gas viene dalle piattaforme che si trovano nell’alto Adriatico; nessuna delle numerose località balneari e artistiche, a cominciare dalla splendida Ravenna, ha lamentato danni. Inolitre L’industria del petrolio e del gas è solida. Il contributo versato alle casse dello Stato è rilevante: 800 milioni di tasse, 400 di royalties e concessioni. Le attività legate all’estrazione danno lavoro diretto a più di 10.000 persone.