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Rubrica Leggerissima: “Il Colibrì”, un delicato dramma borghese

Sandro Veronesi, fiorentino, classe 1959, laureato in architettura, è autore di ben due premi Strega: “Caos calmo” e “Il colibrì”. Di quest’ultimo, è attualmente al cinema la trasposizione realizzata dalla regista e sceneggiatrice Francesca Archibugi.

Il libro, uscito nel 2019 per la casa editrice “La nave di Teseo”, tradotto in 27 lingue, ha come protagonista Marco Carrera e la sua vita costellata di drammi, gioie sospese, amori assoluti, scelte determinate da coincidenze imprevedibili.

Intorno a lui, l’autore costruisce un mondo che si snoda su un arco temporale lunghissimo con una struttura non convenzionale del racconto.

Il film, omonimo, riprende la trama e le caratterizzazioni dei personaggi: Marco è interpretato da Pierfrancesco Favino, impeccabile come sempre; Kasia Smutniak ha il ruolo della moglie, Marina Molitor, una figura stridente e complicata. E ancora Bérénice Bejo è Luisa Lattes, amore assoluto di Marco che “insegue” come un sogno per quarant’anni.

Laura Morante (Letizia) e Sergio Albelli (Probo) sono i genitori di Marco. La sorella Irene è Fotinì Peluso; Giacomo, il fratello, è Alessandro Tedeschi. Nanni Moretti interpreta lo psicoanalista della moglie di Marco, Daniele Carradori, una figura fondamentale che permette il via e lo “sviluppo” della storia. Infine Massimo Ceccherini è Duccio, l’amico che “porta sfiga”, con cui Marco gioca a poker fin da ragazzo e che gli salva la vita mentre si stanno dirigendo a un casinò: pura coincidenza o reale capacità sensitiva? Ma non vi anticipo altro…

Al centro del film, comunque la si pensi sulle differenze tra le due modalità narrative e sulla bellezza stessa della pellicola, ci sono le emozioni e l’attaccamento alla vita.

I sentimenti vissuti e percepiti dal protagonista diventano i nostri; dall’esterno il pubblico assimila un contesto, un periodo storico, una dimensione intima di desideri e sofferenze, anche senza averne mai fatto esperienza (malattie, lutti, suicidio, perdita del vero amore, l’eutanasia).

E poi, la fine è commovente e sorprendente al tempo stesso: il film viene “chiuso” con una canzone inedita di Sergio Endrigo e Riccardo Sinigallia, affidata da Claudia Endrigo (la figlia del cantante) a Marco Mengoni che la interpreta davvero con grande intensità.

Concludo con una frase che se non avete già sentito, e se leggerete il libro o vedrete il film vi colpirà, che riassume il modo di essere del “piccolo” protagonista:

“Tu sei come un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere già dove sei. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro”.


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