L’ultima stagione di Stranger Things chiude il cerchio con un racconto che è, prima di tutto, una dichiarazione della forza e della potenza dell’amicizia, elevata a unica arma contro il male.
Girata sullo sfondo di un’America anni ’80 sempre più cupa e militarizzata, questa serie tanto amata dagli appassionati di “pop-horror” di ogni età, affronta argomenti affatto “alieni” che ruotano attorno alla fragilità e all’indecisione tipiche dei momenti di passaggio, al dolore della perdita, alla difficoltà di dire la verità, alle differenze che uniscono, alla manipolazione psicologica dei più piccoli.

In effetti, terreno di scontro della serie sono principalmente i dialoghi: l’azione c’è, ma con un ruolo marginale rispetto alle precedenti stagioni. Nella quinta ogni confessione, ogni “I’m sorry” fa paura quasi quanto un mostro dell’Upside Down.
Dialoghi e temi
Non so se come me chi ha visto le otto puntate della 5 (sono su Netflix), ha notato che i personaggi parlano più apertamente di traumi, lutti e sensi di colpa. Per esempio, le conversazioni fra Will e Mike, così come quelle tra Eleven e Hopper, sottolineano il diritto di essere fragili e bisognosi di pensieri felici a qualunque età senza per questo dimostrare di essere “deboli”.
L’orrore sovrannaturale, ma questo è un leit motiv dell’intera serie sin dall’inizio, diventa una metafora dello stigma e della paura del diverso, mentre il Governo che militarizza Hawkins rimanda alle ansie politiche degli anni Ottanta (e anche alle nostre!).

L’ultima stagione può tuttavia non convincere sotto alcuni aspetti (come la mancanza di effetto sorpresa dell’evoluzione della storia o la scelta di soluzioni piuttosto scontate di alcune scene) ma i messaggi che stanno proprio lì, sotto la superficie del plot, valgono l’impegno della visione.
La stagione insiste molto sull’idea che crescere significhi scegliere la verità, anche quando distrugge famiglie e amicizie: “non dire” ha un prezzo per tutti, adulti compresi.
Il finale viene costruito sposando l’idea di una sorta di etica della resistenza: restare a Hawkins, combattere e prendersi cura degli altri è ciò che conta davvero; la salvezza individuale, in linea con la tradizione del racconto corale “alla King”, ha poco senso.
La regia, firmata dai fratelli Duffer con il supporto del regista e attore canadese Shawn Levy, spinge sul contrasto tra gli spazi domestici saturi di oggetti pop e il mondo del Sottosopra sempre più organico e mostruoso – ricorda un po’ i kaijū movie – specie nel confronto finale con il Mind Flayer (giusto per i non appassionati, sono predatori psichici che incarnano la minaccia di manipolazione mentale e perdita di identità, non solo nel fantasy, ma anche come metafora psicologica.)
I movimenti di macchina evidenziano, a mio parere, come la tensione nasca spesso da un’esitazione nello sguardo. Per dirla in altro modo, si viene turbati più dalle scene in cui predomina un dialogo nervoso tra i protagonisti (la camera resta addosso ai loro volti) che dalla tecnica del jumpscare, segno di una maturazione del linguaggio della serie o, se non altro, di un cambiamento delle scelte della regia.
Colonna sonora e suono
La partitura synth di Kyle Dixon e Michael Stein rimane l’impronta sonora della serie, ma in questa stagione vengono inseriti toni più cupi e sacrali, utili per amplificare l’effetto di strappo tra adolescenza e vita adulta.
Le canzoni scelte con ritmi che vanno dal rock al pop sono state usate sia come semplice citazione nostalgica, sebbene in misura non preponderante, sia per creare un effetto corto circuito tra ciò che i personaggi ricordano e ciò che stanno perdendo.

Il cast principale di Stranger Things 5 include i volti ormai familiari di Millie Bobby Brown (Undici), David Harbour (Hopper), Winona Ryder (Joyce), Finn Wolfhard (Mike), Gaten Matarazzo (Dustin), Caleb McLaughlin (Lucas), Noah Schnapp (Will), Sadie Sink (Max), Joe Keery (Steve), Maya Hawke (Robin), Natalia Dyer (Nancy), Charlie Heaton (Jonathan) e Brett Gelman (Murray), affiancati da Jamie Campbell Bower (Vecna); e alcune new entry come Linda Hamilton e Amybeth McNulty, con il grande ritorno di personaggi come Matthew Modine (Dr. Brenner) e Dacre Montgomery (Billy).
Niente da dire a livello recitativo: convincenti e notevoli.
I protagonisti storici inoltre sono stati messi alla prova durante tutto il viaggio nel “loro tempo”; hanno dovuto seguire e superare una linea invisibile di un percorso complesso e inevitabile al contempo tra chi erano e chi sono diventati.
Del resto, se un grande autore come Stephen King ha riconosciuto sin dalle prime puntate la validità di una storia in cui “un gruppo di ragazzi affronta un terrore soprannaturale”, confermando così la bellezza di poter diventare tutti degli spettatori che fanno il “tifo”, perché non perdonare le piccole sfumature che non convincono e godere di un racconto corale alla fin fine profondamente romantico?
In conclusione…
Stranger Things 5 può essere considerata come una serie conclusiva, un addio e anche una forma particolare di testamento generazionale: in un’epoca – l’attuale, la nostra – impoverita da divisioni e violenze “autorizzate”, ci ricorda che i mostri esistono ma che si possono combattere e persino vincere.
Simona Merlo
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