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Rubrica Leggerissima: L’impatto narrativo dei documentari

Nelle ultime settimane, ho visto molti documentari per lo più dedicati a temi di attualità quali la situazione di Kabul, l’attentato dell’11 settembre, la pandemia da Covid19.

Questo particolare modo di narrare ciò che accade nel mondo mi ha sempre affascinata; non è facile raccontare “la storia” mantenendo quel distacco necessario alla buona riuscita delle riprese, tantomeno raccogliere anche punti di vista distanti da ciò che si pensa. Bisogna avere coraggio e uno sguardo allenato a capire cause ed effetti di macro e micro azioni che, messe insieme, permettono una ricostruzione puntuale e veritiera dei “fatti”.

Il 2020 e il 2021, del resto, sono stati due anni talmente densi che risulta piuttosto difficile riuscire a osservarli dall’esterno, quasi impossibile mettere ordine a pensieri ed emozioni senza l’aiuto di “narrazioni visive” diverse dalla nostra intima percezione delle cose.

Lo scorso 11 settembre, per esempio, io mi sono resa conto che i miei ultimi 20 anni sono letteralmente volati: ero a Palermo, ancora all’università, incollata alla televisione cercando di capire che cosa stesse succedendo negli Stati Uniti, in contatto telefonico con gli amici più intimi, increduli e basiti proprio come me. Già perché dagli attentati terroristici del 2001 sono già passati vent’anni. Lo ricorda bene il regista Arthur Cary nel suo “11/9: le due ore che cambiarono il mondo”, documentario in cui si intrecciano le storie di 13 persone nelle due ore tra il dirottamento e lo schianto dei quattro aerei e che racconta anche il Post Traumatic Stress Disorder (che non ha più lasciato non solo i 13 rotagonisti, ma tantissimi americani).

Gli eventi programmati in memoria dell’11 settembre sono stati tantissimi: interviste e ricordi di artisti, intellettuali, politici; e ancora speciali sui sopravvissuti, interventi di architetti e analisti su “quanto e come” i quattro attentati hanno accelerato il cambiamento degli equilibri negli Usa e, in generale, nel mondo intero.

A proposito di “pianeta Terra”, l’analisi degli ultimi due anni presentata da Andrea Purgatori nel suo programma “Atlantide” su La7 mi ha fatto capire con quanta velocità l’essere umano “dimentica” e cerca di deresponsabilizzarsi. In “Pandemic – una guerra mondiale”, attraverso una serie di interviste, vengono raccontati i danni causati dal Covid19, le morti dirette e indirette che ha provocato, le scelte dei “potenti” sottolineando come il virus non sia affatto un “livellatore”, al contrario esso ha evidenziato – qualora ce ne fosse bisogno – le differenze sociali tra “chi ha” e “chi non ha”, tra chi muore davvero di fame se resta chiuso a casa, e chi, invece, ha vissuto il lockdown come una “vacanza”. Diseguaglianze preesistenti, accentuate da una malattia che presenterà un conto molto salato negli anni a venire.

Ma è il “reportage dall’Afghanistan” di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, presentato durante la prima puntata della V stagione di “Propaganda live” (sempre su La7) ad avermi tolto il sonno. Premettendo che i lavori di Francesca Mannocchi e dei suoi colleghi sono sempre crudi e coinvolgenti, le ultime immagini di un Paese libero che nel giro poco sarebbe stato in balia del potere talebano mi ha turbato. Perché di fronte a slogan contro presunte dittature sanitarie figlie di complotti internazionali, alle urla in difesa della libertà, non ci si rende conto che il solo fatto di poter “gridare” apertamente ciò che si pensa significa essere davvero liberi. Nei paesi in guerra, o dove si usa soltanto la violenza per governare, i diritti semplicemente non esistono: spazzati via con le armi, con gli stupri, con i soprusi, con le minacce. Diritti alla base della libertà individuale di ogni persona cancellati. A Kabul le donne sono costrette a non “essere”: non possono più essere attiviste, politiche, studentesse, giornaliste perché l’alternativa è morire…

Conoscere realtà in apparenza così lontane dalla nostra dovrebbe spingerci alla gentilezza e alla consapevolezza che niente è garantito. Nel regno “animale”, l’unica cosa che conta è avere la fortuna di nascere nel posto giusto e con strumenti adeguati; i fortunati non dovrebbero dimenticarlo mai.

A cura di Simona Merlo

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