È un pomeriggio ventoso, le nuvole coprono il sole, alcuni raggi riescono a forarne i contorni e io penso all’Africa e alla forza del racconto.
Sono in terrazza mentre ascolto Le storie di Antonella Boralevi, un programma da lei ideato, scritto e condotto che – così si legge su RaiPlay Sound – “racconta vite di donne e di uomini che hanno saputo credere nel loro sogno e realizzarlo oltre ogni ostacolo. Vite delineate seguendo la linea accidentata del loro percorso. La famiglia di origine, il mondo e l'epoca del tempo. Poi la chiamata del talento, la nascita del sogno. La sfida di realizzarlo. Il risultato”.
Questa volta Boralevi ci fa immergere nel sogno di Karen Blixen grazie alle sue coinvolgenti riflessioni sul libro La mia Africa, in inglese “Out of Africa” (1937).
Karen Christentze Dinesen, poi baronessa von Blixen-Finecke, nata nel 1885, ha firmato le sue opere con diversi pseudonimi – Isak Dinesen (con cui siglò “Sette storie gotiche”, 1934), Tania Blixen, Pierre Andrézel e Osceola (con questo, invece, “Gli eremiti” e “L’aratore”, 1907).
Su Blixen, Antonella Boralevi sottolinea: “Destinata da una educazione privilegiata alla mondanissima società di inizio secolo, nella pettegola Copenaghen, a 28 anni attraversa il confine della vita libera e diventa coltivatrice di caffè in Africa. Saranno i venti anni più intensi della sua vita. Raccontarli, la renderà scrittrice immortale”.
In effetti con “La mia Africa” ha regalato al mondo un pezzo di cuore keniota senza tuttavia scadere in un sentimentalismo eccessivo; anzi ha usato al meglio il ritmo delle memorie autobiografiche. Veniamo catapultati così nella quotidianità “pura” dei Kikuyu che lavorano la terra e dei Masai che la custodiscono e nella sua, fatta di problemi da affrontare da sola (il marito e il suo amore evaporano ben presto), di scelte coraggiose e di attese, in particolare dell’amante Denys Finch Hatton.
Sentiamo con lei la nostalgia di un’epoca perduta e il preludio a un addio.
Anche la fattoria ha la forma di un personaggio: colline verdi, piogge violente, e il monte Kenya che veglia dall’alto fanno parte dell’immenso amore che la scrittrice ha provato per quella terra alla quale ha dedicato anni e parole.
Karen Blixen ha sì perso la fattoria e poi ha dovuto lasciare l’Africa nel 1931, ma ciò che emerge dal suo diario è che “…un uomo può perdere tutto, tranne la memoria”.
Nel 1985 arriva l’adattamento cinematografico firmato Sydney Pollack con Meryl Streep (nel ruolo di Blixen) e Robert Redford (è l’amante Denys Finch Hatton).
Il film vinse 7 Oscar: miglior regia e miglior film (Sidney Pollack), miglior sceneggiatura non originale (Kurt Luedtke), migliore fotografia (David Watkin), migliore scenografia (Stephen B. Grimes), miglior sonoro (Chris Jenkins, Gary Alexander, Larry Stensvold e Peter Handford) e alla colonna sonora del compositore britannico John Barry che spinge a fare i bagagli e partire subito.
Il film resta fedele al libro nel descrivere paesaggi e amori impossibili, ma Pollack aggiunge dramma e taglia alcuni passaggi: Blixen diventa più eroina romantica, Denys più uomo giusto al momento sbagliato; meno spazio ai nativi africani, più intimità. Resta comunque un film che funziona ed emoziona: lo hanno dimostrato i premi ricevuti e i numeri al botteghino: 227 milioni di incassi totali nel mondo, di cui oltre 87 negli Usa.
A tal proposito, una curiosità: i proventi della prima serata di programmazione del film furono devoluti a due organizzazioni non governative, AMREF e African Wildlife Foundation, operanti in Africa nel settore della sanità e della difesa dell’ambiente.
Un film e un libro senza tempo che chiudono la stagione 2025/2026 di Alta Fedeltà, il gruppo di lettura sulle trasposizioni cinematografiche organizzato dalla libreria Rebecca.
Gli ospiti dell’evento avranno modo di confrontarsi domenica 24 maggio alle 17 in via di Pantaneto 132 a Siena sui punti in comune (l’anima africana, l’amore per Denys, la malinconia del “troppo tardi”) e sulle differenze (introspezione poetica contro melodramma visivo?) de La mia Africa.
Scegliete voi, considerando che la prosa fluida e perfetta della danese con le immagini da Oscar e il cast talentuoso anziché competere nel vostro immaginario, potrebbero al contrario costituire.
Simona Merlo
@s.m.writer su Instagram









