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Rubrica Leggerissima: “È stata la mano di Dio”, un film da guardare perché…

Mi aspettavo qualcosa di più alla 79esima edizione dei Golden Globe per il nuovo film di Paolo Sorrentino, ma ho dovuto accettare la decisione dei membri della Hollywood Foreign Press Association i quali hanno invece premiato – come miglior lungometraggio in lingua straniera – il giapponese “Drive My Car” di Ryusuke Hamaguchi.

Prima di parlare delle particolarità dello splendido “È stata la mano di Dio” (2021), però, va detto che a vincere come miglior lungometraggio drammatico è stato il film “Il potere del cane” della regista Jane Campion: ne sono attratta e terrorizzata allo stesso tempo. Riuscirò a vederlo? E voi lo avete visto?

Steven Spielberg, di contro, ha conquistato la categoria miglior film commedia o musical con “West Side Story”: e anche qui sono in lotta con me stessa perché, al momento, non sono tanto “musical” né romantica… però sto divagando…

“È stata la mano di Dio” va visto anche se non amate alla follia il regista partenopeo. E va gustato come una pietanza che si svela alle vostre papille gustative lentamente, sorprendendovi.

La città su cui ha raccontato pezzi di lui, paure, morte, follia, violenza, sogni proibiti, Maradona è Napoli. Il suo stile si riconosce in ogni scena ma, a mio parere, questa volta è riuscito a costruire qualcosa di diverso: un’alternanza tra immaginazione e realtà senza sbavature; un viaggio intimo e al contempo distaccato, un’idea di sogno e di vita catturata nei particolari della quotidianità, raccontata attraverso dialoghi dalle sfumature ora grottesche, ore surreali.

“È stata la mano di Dio” ha vinto il Leone d’argento – Gran premio della giuria alla 78sima edizione alla Mostra di Venezia ed è stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2022. Quel che racconta, sono i pensieri di Fabietto, il protagonista, in fondo l’alter ego di Sorrentino, un giovanissimo ragazzo che, per colpa di un camino diventa orfano, e grazie a Maradona resta vivo: il caso o meglio “la mano di Dio”. E racconta indirettamente il cinema.

Il periodo storico su cui ruota tutta la pellicola abbraccia gli anni ’80 e mostra il sesso, la gelosia, la sensualità di allora; ruba gli eccessi dei singoli personaggi e di una città “piena”; del calcio, delle passioni, di Dante, e ne svela la fugacità. Che cos’è in fondo eterno?

Gli attori sono così bravi da farti vivere ogni stato emotivo come fossi lì con loro e con loro ridi, ridi tantissimo, e ti angosci, e poi ti senti smarrita, incompresa e in quel marasma cogli la bellezza di una pellicola del genere. Filippo Scotti, il giovane Fabietto Schisa nel film, ha vinto il Premio Marcello Mastroianni come migliore attore emergente al Festival di Venezia.

Toni Servillo (Saverio Schisa) e Teresa Saponangelo (Maria Schisa) sono irriverenti e nel loro essere comici non perdono la drammaticità del senso; Luisa Ranieri (Patrizia) è la zia preferita dal nipote Fabietto: è una donna infelice, soffocata dai modi e dalla gelosia del marito che sceglie di scappare dalla sua realtà. E ancora Betti Pedrazzi è la Baronessa Focale, con cui Fabietto perde la verginità; Enzo Decaro è San Gennaro.

Chiudo con una frase di Fabietto e con una considerazione: l’arte riesce a fermare l’immutabilità del divenire. Anche se soltanto per due ore.

“La vita, ora che la mia famiglia si è disintegrata, non mi piace più. Non mi piace più. Ne voglio un’altra, immaginaria, uguale a quella che tenevo prima. La realtà non mi piace più. La realtà è scadente. Ecco perché voglio fare il cinema”.


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