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Rubrica Leggerissima: “CODA – I segni del cuore” perché un film “non eccezionale” ha vinto 3 Oscar

“CODA – I segni del cuore” – miglior film, miglior sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista a Troy Kotsur agli Oscar 2022 – è un remake della pellicola francese “La famiglia Bélier” di Éric Lartigau del 2014, tratto a sua volta dal libro autobiografico della scrittrice esordiente Véronique Poulain dal titolo “Les mots qu’on ne me dit pas”.

Che cosa mi ha colpito di CODA (acronimo di acronimo di Child Of Deaf Adults)? Alcuni aspetti che non sono tecnici in senso stretto, ma che rendono il film di Sian Heder davvero interessante da vedere e “percepire”.

Il cast è infatti composto da attori sordi – Marlee Matlin, Troy Kotsur e Daniel Durant – la cui interpretazione “mostra” una realtà che, per ovvi motivi, non appartiene alle persone udenti. Quando qualcosa è lontana dalla propria quotidianità in pochi riescono a immaginarla e a pensare a cosa c’è dietro l’assenza di suoni.

In CODA la regista e sceneggiatrice statunitense Heder sceglie un modo diverso di raccontare una storia nei fatti non proprio originale: la protagonista (Ruby Rossi interpretata da Emilia Jone) è un’adolescente con un sogno – cantare – che si divide tra famiglia, lavoro e scuola.

A regalare forza e colore al film dunque sono gli interpreti – la famiglia Rossi al completo – che “recitano” nella lingua dei segni americana seguendo ciò che è la linea narrativa generale: la dolcezza non smielata di una storia costruita non tanto su quello che non c’è, ma sulla capacità di dire verità brutali senza esserlo.

Mi hanno colpito i dettagli delle due visioni che si intrecciano di continuo: la figlia Ruby che “sente” e fa da trait-d’union tra il mondo esterno e le esigenze della sua famiglia (lei è l’unica udente); e i pensieri dei singoli componenti. Il fratello Leo che vorrebbe distruggere l’idea che sordo equivalga a stupido e affermarsi nel lavoro senza la necessità di dover far tradurre le sue idee alla sorella. La madre Jackie e il padre Frank che cambiano via via che il film prende forma rimettendosi al centro nelle decisioni e nelle responsabilità.

La famiglia Rossi viene da generazioni di pescatori: ma come contratta il prezzo chi non parla? Il sogno della figlia è cantare: ma i genitori come possono capire quanto è brava se le uniche “note” che percepiscono sono quelle dei bassi delle canzoni Rap messe a tutto volume nel Pick-up? Leo è un bel ragazzo, con un certo senso degli affari: come può conquistare qualcuno che semplicemente “parla” un’altra lingua? Ruby, che in fondo non ha potuto mai essere una bambina, come può seguire la strada che ama senza sensi di colpa o senza sentirsi schiacciata dal dovere?

In una delle scene iniziali, mentre tenta di studiare, Ruby è soverchiata da rumori continui provocati da chi non li sente e per isolarsi usa la musica; durante il saggio finale, a scuola, i genitori di Ruby guardano le espressioni di chi gode della voce della figlia per capire se sia brava o meno.

Alla fine il mondo è fatto di suoni e di silenzi, la musica di note e di pause. Per funzionare bene si intrecciano creando armonie. Ecco Sian Heder è riuscita a (ri)creare un racconto armonico fatto di amore familiare, di sogni che si trasformano, di vite realizzate. E in tempi come questi una carezza rassicurante vale almeno un Oscar.


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