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Quale futuro per la “Torre del Pomodoro”? La storia dell’ex Idit, in una mostra

Apre oggi al Santa Maria della Scala la mostra “L’industria della polvere”, esposizione fotografica temporanea che attraverso una selezione di scatti del fotografo senese Carlo Vigni farà entrare il visitatore all’interno di una delle architetture industriali più discusse dello scorso secolo. Conosciuta tradizionalmente come ‘La Torre dei pomodori’ di Isola d’Arbia, l’ex impianto Idit (Industria di Disidratazione Isola Tressa) rappresenta a tutti gli effetti un esempio di archeologia industriale, ma se questa definizione non trova ostacoli burocratici ed estetici in altre realtà italiane, per ‘l’ecomostro della Val d’Arbia’ i riconoscimenti sono contrastanti.

Alle porte della Val d’Orcia, Patrimonio Unesco dell’Umanità e inserito all’interno di un paesaggio simbolo della Toscana nel mondo, il silos di ferro, vetro e cemento, alto più di settanta metri, svetta al centro della Via Francigena e si lascia osservare da qualsiasi punto panoramico a sud di Siena. Rappresentazione di un grande sogno di ripresa economica, la Torre Idit ad oggi fa parte dell’immaginario collettivo di un’Italia in ripresa, pronta a investire e con una lungimiranza tale da sfidare, sacrificando la più radicata e secolare cultura contadina della campagna senese, anche coloro che non vedevano di buon occhio uno sviluppo industriale in un territorio così lontano dalla grande imprenditoria del nord Italia. La costruzione iniziò nel 1959 e, in tempi record per l’epoca, fu inaugurata nel 1961. Solamente due furono gli anni di vera e propria attività nei quali la Idit produsse polveri di frutta e ortaggi attraverso un processo di disidratazione a 33°, ma per un probabile difetto di progettazione divenne da subito impossibile sostenere economicamente la produzione che cessò definitivamente nel 1966.

Dopo cinquantacinque anni, se da un lato la struttura industriale fa ormai parte del patrimonio paesaggistico della Toscana del sud, dall’altro rimangono perplessità sulla necessità di una conservazione e manutenzione di uno scheletro architettonico sempre meno stabile e sicuro. Da anni abbandonata e in stato di degrado, infatti, l’ex Idit mantiene intatta la parte in cemento, quella che svetta come una torre tra le colline senesi, ma sta letteralmente collassando in tutte le altre parti che ne costituivano il vero e proprio ambiente ‘vitale’, quello dove le persone hanno lavorato e avrebbero dovuto lavorare per molti anni secondo le aspettative del tempo. Appartenente ad una società privata, al momento, non esistono progetti di ristrutturazione e valorizzazione, ma neppure di demolizione e ripristino della zona ed è per questo che le opere fotografiche di Carlo Vigni, esposte fino al 31 gennaio al Santa Maria della Scala, possono essere un modo per riaprire un dibattito intorno a quella ‘Torre dei pomodori’ che, nel bene e nel male, fa ormai comunque parte del patrimonio visivo di ogni abitante della provincia sud di Siena e di milioni di visitatori che ogni anno attraversano la Via Francigena.

“Mi ha sempre colpito la dimensione simbolica di questa torre di oltre settanta metri che come un campanile laico, devoto al culto della produzione e del progresso, ho sempre visto fin da bambino. – dice il fotografo Carlo Vigni – Un simbolo però che, mi è apparso chiaro, nulla ha dell’operosità contadina della gente della val d’Arbia, ma di uno sfortunato e paradossale accidente capitato in pieno boom economico. La mia quindi non è stata una ricerca di tracce di lavoro, di faticose vicende umane, ma di verifica di un’idea: se a distanza di mezzo secolo la polvere che si annunciava al telegiornale di voler produrre all’interno di questa scenografia fantastica effettivamente c’era”.

La mostra, a cura di Carlo Nepi e Francesca Sani, con il coordinamento progettuale di Jacopo Armini e i testi di Giovanna Calvenzi, è allestita dallo stesso Nepi all’interno del Refettorio e della Sala San Galgano, al quarto livello del Santa Maria della Scala.

“Quel che resta dell’ex stabilimento IDIT – Industria di Disidratazione Isola Tressa – collocato lungo la Cassia e la linea ferroviaria Siena – Grosseto, al centro della Val d’Arbia, continua ad essere invariabilmente segnalato ai primi posti nella lista degli ecomostri nazionali stilata dalle varie associazioni ecologiste e paesaggistiche –  afferma il curatore Carlo Nepi – L’impianto era destinato alla liofilizzazione dei prodotti agricoli, principalmente pomodori e frutta, secondo un trattamen­to industriale di brevetto tedesco che, attraverso un processo di disidratazione trasformava il frutto naturale in prodotto secco da conservare in scatola. La trasformazione del prodotto avveniva attraverso un processo di deumidificazione e riscaldamento dell’aria e con la caduta del prodotto all’interno del vuoto di un silos alto oltre settanta metri. Forse – continua Nepi – nell’anno 1960, velata dietro il più tipico cerimoniale dell’Italia democristiana – il taglio del nastro con Arcivescovo, Ministro, Telegiornale Nazionale – la ferita inferta al paesaggio non era sembrata la peggiore delle conseguenze; quel che contava era la prospettiva dello sviluppo, il miglioramento delle condizioni economiche, le possibilità di una nuova occu­pazione.

L’impianto rimase in funzione per pochissimo tempo; nel 1966 la Società era già fallita senza che la produzione fosse prati­camente mai entrata a regime. Il simbolo di questo disastro è soprattutto quella torre, inizialmente coperta di vetro e poi, piano piano, proseguendo nell’inevitabile degrado, spogliata di ogni rivestimento e di tutte le parti fragili e deperibili, fino alla essenzialità della sola struttura, del nudo scheletro di cemento e ferro”.

Giovanna Calvenzi, critica e photoeditor, già direttore artistico dei Rencontres de la Photographie ad Arles e delegato artistico del Mois de la Photo a Parigi e che ha seguito il lavoro di Vigni recensendolo anche all’interno del catalogo mostra, dichiara: “Carlo Vigni registra il disfacimento degli interni, l’accumularsi dei detriti, l’infiltrarsi degli alberi, l’infittirsi delle presenze vegetali. Per il suo lavoro di testimonianza e di indagine sceglie una distanza equa e un linguaggio documentario che ind­aga e registra in modo fedele. Sente, forse, l’influenza dello sguardo della Neue Sachlichkheit, di quella “nuova oggettività” che dopo la Prima guerra mondiale aveva tributato una sorta di ammirata attenzione alle macchine, al lavoro, ai luoghi dell’industria. Guarda quasi con affetto questa incongrua presenza sul territorio senese, ne rispetta le linee e i volumi, fa dialogare gli interni con il paesaggio che circonda le persistenze industriali”.

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