Su Antenna Radio Esse la rubrica che parla di musica, “Music My Life” a cura di Graziella Ventrone.
Lo spazio dedicato alle band, ai cantautori e ai progetti che gravitano nel nostro territorio e non.
Attraverso le sue interviste i musicisti potranno raccontarsi!
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Ci sono band che non seguono una linea retta, ma traiettorie fatte di pause, ritorni e nuove consapevolezze. I Desamadre sono una di queste.
Nati a Siena nel 2008, tornati sulle scene dopo un lungo silenzio e oggi più vivi che mai, hanno pubblicato a gennaio 2024 Gestazioni, un disco che racconta la loro rinascita artistica e umana. Otto brani che parlano di tempo, trasformazione e legami, mantenendo intatta l’urgenza rock delle origini ma aprendosi a una scrittura più matura e introspettiva. Li abbiamo incontrati per farci raccontare cosa significa, oggi, portare avanti un progetto come Desamadre, tra memoria, presente e nuove possibilità.

Gestazioni è un titolo che richiama un processo lungo, fragile e inevitabilmente trasformativo. Se doveste raccontare questo disco non come un album ma come un periodo della vostra vita, quali immagini, sensazioni o momenti tornerebbero piùspesso alla mente?
D.”Il titolo richiama ad una nuova genesi e gli aggettivi che hai usato si adattano perfettamente. Un inevitabile processo di trasformazione, una scoperta, un’immagine che ci riporta a quei momenti della vita dove cambi atteggiamento verso qualcosa per migliorare, la sensazione di un ritrovato dinamismo, di un nuovo entusiasmo. Momenti che ognuno di noi ha attraversato, quelle fasi della vita dove cambi qualcosa, prendi una decisione, elimini ciò che ti fa male facendo dei cambiamenti significativi; per questo sono situazioni molto fragili che spesso durano a lungo.”
In passato il vostro approccio alla scrittura era istintivo, quasi “di pancia”, nato in sala prove e lasciato volutamente grezzo. In Gestazioni emerge invece un lavoro più riflessivo e intimo. Cosa vi ha insegnato il tempo — e anche il silenzio forzato — sul modo di scrivere musica insieme?
D.“Il tempo e il silenzio hanno resettato le vecchie abitudini, permettendoci di approcciare la pagina bianca con una consapevolezza diversa. Se nel 2008 la scrittura era figlia dell’istinto immediato, oggi è frutto di una riflessione che non spegne l’energia rock, ma la incanala in strutture più solide. Abbiamo imparato che il silenzio non è assenza, ma lo spazio necessario per far emergere un suono più maturo; il silenzio forzato invece, specialmente quello dei Lockdown durante il Covid, ci ha insegnato a non tenersi dentro più niente, ha per certi versi spinto ognuno di noi a mettersi maggiormente in gioco, sia a livello artistico che personale e questo ha portato ad una scrittura più corale.”

Per la prima volta nei vostri brani entra in modo esplicito il tema dell’amore, declinato però senza retorica. È stata una scelta consapevole o una necessità che si è imposta durante la scrittura? E che tipo di amore raccontano oggi i Desamadre?
L’amore è entrato nei nuovi brani come una necessità narrativa imposta dalla nostra attuale fase di vita, dove tutti abbiamo un passato che è stato assimilato, che ci ha lasciato qualcosa, un prima e un dopo citando un pezzo del disco. Raccontiamo un amore adulto, inteso come supporto, stabilità e resistenza quotidiana. È un sentimento descritto con la lucidità dei cinquant'anni: privo di retorica sentimentale, è la forza strutturale che tiene insieme i legami personali e quelli della band stessa.
Il disco parla di nascita e rinascita, ma anche di “crescita sotto l’ombra della fine”. Quanto è stato importante, per voi, fare i conti con ciò che si era interrotto nel passato per poter davvero ripartire come band?
D.“Per ripartire è stato fondamentale accettare che la vecchia esperienza si fosse conclusa.
Invece di trascinare stancamente il passato, abbiamo usato quella chiusura come un seme. “Crescere sotto l’ombra della fine” significa aver avuto il coraggio di voltare pagina e iniziare a scrivere brani nuovi, liberi dalla nostalgia e dall’obbligo di ricalcare ciò che eravamo nel 2008.
Avete attraversato fasi molto diverse: l’esordio, lo stop, il ritorno, una nuova formazione e un mondo profondamente cambiato intorno. Che tipo di band sono oggi i Desamadre rispetto a quelli del 2008, e cosa invece sentite di non aver mai perso?
D.“Oggi i Desamadre sono una band che ha sostituito l’irruenza giovanile con una maturità del suono. La differenza sostanziale risiede nel metodo: non siamo tornati per nostalgia, ma per dare vita a un progetto completamente inedito. La formazione attuale, con l’ingresso di Massimiliano Nardozza alla batteria al posto di Leonardo Madoni, ha creato un nuovo equilibrio che ha coinvolto tutti i membri in una scrittura più stratificata. Il contributo di Nardozza si è integrato perfettamente con il nucleo storico composto da Andrea Scelfo (voce), Matteo Bracalente (chitarra) e Francesco Ciompi (basso), portando a un lavoro di arrangiamento corale più solido e moderno. Ciò che non abbiamo mai perso è l’urgenza rock: la scintilla che ci faceva alzare il volume nel 2008 è la stessa che oggi ci spinge a confrontarci con brani nuovi e con una rinnovata energia di gruppo.”
Viviamo un’epoca complessa, veloce, spesso disorientante anche per chi fa musica rock, un linguaggio che nasce da urgenze e corpi presenti. Come vi rapportate a questi tempi? La musica per voi è ancora un rifugio, una forma di resistenza o un modo per restare lucidi?
D.“Il nostro rapporto con quest’epoca è di distacco critico attraverso l’azione fisica. Ci rapportiamo a un mondo dominato dall’immateriale e dalla velocità digitale rivendicando la natura “analogica” del nostro linguaggio. Il rock, per come lo intendiamo noi quattro, necessita di corpi, di volumi che spostano l’aria e di una presenza che non può essere mediata da uno schermo. La scelta di comporre brani totalmente nuovi e registrarli in studio è stata la nostra risposta alla “liquidità” attuale: abbiamo cercato un suono solido, che avesse un peso e una densità reali, per contrastare quel senso di disorientamento che deriva da un mondo che corre troppo velocemente e spesso senza una direzione precisa.
Quanto alla natura della nostra musica, la verità è che per noi non è nessuna delle tre cose. Non è un rifugio, perché non cerchiamo un posto dove nasconderci o scappare dalla realtà; al contrario, la musica ci espone, ci mette a nudo e ci costringe a guardare dritto in faccia ciò che siamo oggi. Non è nemmeno resistenza, perché resistere implica una difesa, un restare fermi a subire un assedio; noi invece siamo in movimento, stiamo costruendo, stiamo agendo. E non è un modo per restare lucidi, perché la lucidità è spesso fredda e distaccata, mentre il nostro rock nasce da una necessaria e vitale
“ebbrezza”, da quella scintilla di incoscienza che ti spinge a rimettere tutto in gioco. La musica per i Desamadre oggi è un atto di affermazione. È il modo in cui dichiariamo di essere vivi e presenti in questo esatto momento. Non è una protezione dal mondo, ma il nostro modo di stare al mondo: un esercizio di libertà pura che non serve a ripararsi da nulla, ma a bruciare con più intensità.”
Il live è sempre stato centrale nel vostro percorso, e anche Gestazioni ha trovato una forte dimensione dal vivo. Cosa succede alle vostre canzoni quando incontrano il pubblico? C’è un brano che, sul palco, vi ha sorpreso più di altri?
D.“Il live è il momento in cui la nuova identità collettiva dei Desamadre si manifesta in tutta la sua potenza: sul palco le canzoni nate da questa sinergia trovano la loro conferma nell’impatto col pubblico, l’energia del rock delle origini si fonde con le nuove melodie e la solidità tecnica della formazione attuale. Il pezzo che dal vivo ci ha sorpreso di più su questo aspetto è Canto Avvelenato, dove già al secondo ritornello sentivamo qualcuno cantare dal pubblico.”
Se Gestazioni rappresenta una nascita, vi chiedo di guardare un po’ più avanti: oggi, cosa sentite di dover “proteggere” di questo progetto per permettergli di crescere senza snaturarsi? E cosa invece siete pronti a lasciare andare?
D.“Dobbiamo salvaguardare la nostra capacità di stupirci ancora davanti a un arrangiamento che prende forma, difendendo questo spazio creativo dalle interferenze del mercato o dall’ansia di dover appartenere a una categoria predefinita. Proteggere il progetto significa, in ultima analisi, proteggere il diritto di essere fuori tempo, rivendicando la lentezza necessaria per far nascere brani che abbiano un peso e una durata, in un mondo che consuma tutto istantaneamente.
Siamo pronti a lasciare andare tutto il superfluo dell’ego e l’ingombro della nostalgia.
Siamo pronti a lasciarci alle spalle l’obbligo di somigliare a quelli che eravamo nel 2008 e la tentazione di rincorrere i vecchi automatismi della sala prove. Lasciamo andare l’idea che il rock debba necessariamente aderire a certi cliché di ribellione adolescenziale o di aggressività fine a sé stessa. Siamo pronti a sacrificare le certezze del passato per restare aperti a ciò che siamo oggi: quattro uomini che non hanno più bisogno di dimostrare nulla se non la sincerità della propria musica. Lasciare andare significa smettere di guardarsi allo specchio per cercare i riflessi di ieri e accettare la trasformazione come l’unico modo autentico per restare vivi.”
Grazie per il vostro tempo e per aver condiviso con noi la vostra musica.
Se hai un gruppo, un progetto o ti “occupi” di musica scrivi al nostro numero whatsapp 3920577392 per richiedere un’intervista con Graziella Ventrone!

Graziella Ventrone Caporedattore e Project Manager di “Rock My Life”, social media manager, scrittrice e fotografa, Graziella è un vero e proprio *bulldozer* della scena musicale. La sua vita e la sua carriera incarnano l’energia vibrante di una blogger *on the road*, con il cuore sempre acceso di creatività.









