Su Antenna Radio Esse la rubrica che parla di musica, “Music My Life” a cura di Graziella Ventrone.
Lo spazio dedicato alle band, ai cantautori e ai progetti che gravitano nel nostro territorio e non.
Attraverso le sue interviste i musicisti potranno raccontarsi!
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C’è chi viaggia per collezionare chilometri e chi, come Bonje in Yurt, trasforma gli spostamenti interiori e gli imprevisti quotidiani in materia narrativa. Il progetto di Marco Bongini, nasce dall’incontro tra suggestioni di mondi lontani e vissuti estremamente concreti, tra relazioni, notti insonni e osservazioni lucide del presente.
Con un sound che intreccia folk, world music, pop e alternative rock, Bonje in Yurt ha costruito un’identità riconoscibile, sostenuta da una voce personale e da una scrittura capace di muoversi tra intimità e racconto collettivo. Dopo un primo percorso in lingua inglese, l’approdo all’italiano ha segnato una nuova fase del progetto, sviluppata attraverso singoli tematici legati a esperienze reali.
L’ultimo è “RESTA”, uscito il 30 gennaio per Onda Dischi: un brano nato da un controllo di polizia all’alba e trasformato in una riflessione ironica e sospesa, oggi al centro del nuovo tour dell’artista toscano.
Da qui parte la nostra conversazione con Bonje in Yurt: dal viaggio, reale o immaginato, e da ciò che resta quando una storia diventa canzone.
Bonje in Yurt è un progetto che nasce dal viaggio, ma tu ti definisci un “viaggiatore statico”. Quanto contano oggi gli spostamenti reali e quanto invece quelli interiori nella tua scrittura?
B.“Dipende molto da che artista sei e da quali sono i tuoi canali espressivi, se punti più sulla ricerca sonora, sulla complessità dell’esecuzione strumentale oppure se fai un connubio dove unisci ricerca sonora a quello che veramente sei, senza inventare nulla di particolare, semplicemente raccontando. In me il viaggio fisico è importante quanto quello mentale, spesso sono cose che avvengono anche simultaneamente. Quando viaggi non viaggi solo con gli occhi, ma assorbi le vite degli altri, gli usi e i costumi di altre culture, i racconti delle persone e, mentre stai scrivendo un racconto, viaggi a tua volta dentro i racconti altrui.
Il tuo percorso parte dall’inglese e trova poi una nuova casa nella lingua italiana. Quando hai capito che l’italiano non era più solo una scelta, ma una necessità espressiva?
B.”Non c’è stato un momento in cui ho capito. Fin da piccolo ho sempre composto e scritto testi in entrambe le lingue, cogliendo la funzionalità che queste potevano avere nei brani. Ho cercato, per quanto potevo, di raffinare questa cosa e riconoscere quale delle due vie potesse dare più dignità alla canzone.”
Nei tuoi brani convivono folk, world music, pop e alternative rock, ma nulla sembra mai forzato. Come nasce un pezzo di Bonje in Yurt: da una parola, da una chitarra, da un ritmo o da un’immagine?
B.“Tutto parte dalla matrice di una chitarra acustica. La folk è lo strumento che mi ha sempre dato la possibilità di plasmare le parole in una forma o, viceversa, di plasmare dei suoni in parole. Negli anni ci ho giocato, ho sperimentato varie tecniche e diversi tipi di accordature. L’effetto finale è questo: un suono che unisce mondi dell’alternative rock a sonorità più etniche. Ho ascoltato molta musica nella mia vita e questo mi ha permesso di rendere mie molte particolarità di generi diversi. Un altro aspetto è la timbrica della mia voce e lo stile di cantare che, per fortuna, non assomigliando troppo a prodotti noti, fa da filo conduttore ai vari periodi stilistici della mia discografia.”
La tua voce è uno degli elementi più riconoscibili del progetto: versatile, fluida, capace di avvicinarsi a timbri femminili senza mai diventare una dichiarazione di stile. Che rapporto hai con la tua vocalità e con l’idea di identità vocale?
B.“È come una sorella. Ha sempre vissuto insieme a me, mi ha fatto arrabbiare, certe volte mi ha lasciato a piedi e poi ha iniziato a volermi bene. Io ho iniziato a capirla e da allora lavoriamo insieme con il meglio che possiamo, senza strafare ma in modo utile e piacevole a noi stessi.
Sì, lo so, sembra che parli di una persona, invece parlo della mia voce. Le voglio comunque bene perché so di non avere una voce troppo simile a nessuno e, per un ascoltatore, fa piacere sapere che se vuoi sentire quella voce devi per forza sentire quell’artista, tra una scelta infinita di artisti.”
RESTA nasce da un episodio molto concreto, quasi banale: un controllo della polizia alle sei del mattino. Cosa ti affascina nel trasformare momenti ordinari, o scomodi, in canzoni che suonano intime e universali?
B.”C’è sempre un’osservazione attenta di ciò che mi circonda, anche un messaggio critico. Delle volte è bello nasconderlo e addolcirlo dentro la canzone, un po’ come quando metti l’antiparassitario nel würstel prima di darlo al cane. La musica deve raccontare il tempo, passato, presente o futuro che sia, quindi deve anche metterti davanti a qualcosa che ti fa sapere, non solo viaggiare fuori dalla realtà. Ci sono canzoni in cui ho davvero bisogno di raccontare qualcosa che riguarda me, mentre altre volte mi piace raccontare cose che riguardano la società.”
Nei tuoi testi torna spesso il tema del confronto con l’altro: l’amore, la convivialità, ma anche l’autorità, il giudizio, l’essere osservati. Scrivere è un modo per difenderti, per capire o per riconciliarti?
B.“È un modo per dire a me stesso e condividere con tutti che sbaglieremo sempre qualcosa e dobbiamo anche accettarci un po’ per come siamo, cantarci su e andare avanti.”
Dal punto di vista sonoro, RESTA è stato descritto come un cantautorato intimista attraversato da cori da cattedrale gotica. Quanto conta per te l’arrangiamento nel raccontare una storia e quando capisci che un brano è arrivato?
B.“L’arrangiamento è tutto. Quando suoni una canzone da solo con la chitarra lo senti già dentro la mente che adorna il tutto e, quando produci un brano e premi chiudi, sai perfettamente se lo hai reso come volevi oppure no. Una volta che gli hai dato il giusto vestito, allora anche il pubblico sentirà le note inesistenti che tu hai suggerito nel disco quando riporterai la canzone in stato primordiale con un unplugged.”

Ora che il tour è partito e la strada torna a essere reale, notturna, fatta di asfalto e club, cosa speri resti per davvero a chi viene a vederti dal vivo?
B.“Spero resti un calore umano, una persona fatta in carne e ossa come tutti, un grazie per aver regalato un momento bello, che sia durante il live oppure durante l’ascolto delle mie canzoni mentre cammini, viaggi, corri o fai qualcosa di bello per te stesso.”
Se hai un gruppo, un progetto o ti “occupi” di musica scrivi al nostro numero whatsapp 3920577392 per richiedere un’intervista con Graziella Ventrone!

Graziella Ventrone Caporedattore e Project Manager di “Rock My Life”, social media manager, scrittrice e fotografa, Graziella è un vero e proprio *bulldozer* della scena musicale. La sua vita e la sua carriera incarnano l’energia vibrante di una blogger *on the road*, con il cuore sempre acceso di creatività.










