I Sick Tamburo nascono da un’idea di Elisabetta Imelio e Gian Maria Accusani, già precedentemente uniti nell’avventura Prozac+.
Dementia è il nuovo album dei Sick Tamburo, l’ottavo della loro discografia, uscito il 16 gennaio per La Tempesta Dischi.
Una nuova tappa del cammino del gruppo: un disco che non addomestica il disagio, ma lo attraversa, lo espone e lo rende materia viva. Un lavoro che si propone come un viaggio nella non mente: la gioia della normalità, la confusione improvvisa, ancora gioia, poi il buio, la luce che ritorna, il silenzio, la paura, e di nuovo il buio. È un disco fatto di fragilità e smarrimenti, di scosse improvvise e brevi pause di apparente quiete, in un continuo alternarsi di presenza e assenza, di luce e ombra. Tutto in Dementia si muove per contrasti, come accade ai pensieri quando perdono i bordi.

I brani raccontano figure sospese, pensieri inquieti, stanze interiori che si chiudono e si riaprono. Da Mi gira sempre la testa alla lunga title track conclusiva Dementia, passando per Silvia corre sola e Ho perso i sogni, l’album compone un unico flusso emotivo, attraversato da inquietudine, desiderio di fuga, rabbia trattenuta e improvvisi bagliori.
Sul piano musicale, i Sick Tamburo restano pienamente fedeli al loro universo: quell’alternative che li accompagna dagli esordi, dove la melodia domina anche nei passaggi più ruvidi. In Dementia, atmosfere indie rock e accenti post-punk si mescolano come fossero un tutt’uno, dando vita a un suono compatto, diretto, profondamente viscerale.
La copertina del disco è un artwork originale disegnato da Davide Toffolo, con la grafica di Paolo Proserpio.
Di cosa parla il disco?
G: Il disco si intitola “Dementia” parla di malattia mentale, quindi la demenza. Ho dovuto inevitabilmente fare un percorso dentro quella malattia e quindi sono stato spinto a scrivere episodi, canzoni legate a quel mondo ma anche al mondo a cui è in parallelo associata questa malattia, cioè il comportamento folle della gente che è anche esso stesso da considerarsi come demenza, cioè assenza della mente. Il disco ruota tutto attorno a queste due tematiche che poi alla fine sono un’unica tematica.
Hai anticipato in realtà parte della seconda domanda che ti volevo fare, tu e il tuo progetto Sick Tamburo fate musica da tantissimo tempo e volevo chiederti se oggi come oggi credi che sia più facile o difficile arrivare a parlare alle persone? Cioè fargli capire davvero il messaggio che si vuole trasmettere.
G: Questo non lo so se sia più facile o più difficile, io so solo che sono sempre stato spinto in qualche modo, quasi in maniera doverosa devo raccontare cose che in qualche modo sono sempre state considerate un po’ marginali, un po’ messe in disparte, alcune anche molto importanti e molto dolorose di cui quindi si ha paura e si cerca di parlarne il meno possibile.
Io sono sempre stato spinto a fare questa cosa qui, quindi non so se sia più facile in generale, per me è semplicissimo perché ho proprio una spinta interiore che mi butta verso quella direzione lì sempre.
Quindi praticamente sostieni che a prescindere da quello che è la reazione del pubblico che hai davanti questa esigenza è primaria e tu comunque lo farai che ci sia un ascolto o meno?
G: Sì, e quello che ho sempre fatto. Non decido di parlare di una cosa perché qualcuno in più mi possa seguire o meno, mi viene spontaneo di parlare di certe cose e credo che negli anni si sia capito quali sono gli argomenti a me più vicini e quando sono spinto da questo bisogno lo faccio sempre…e poi che mi ascolti una persona o un milione di persone è una cosa secondaria, sperando sempre che siano di più che meno ovviamente.

Certo, è bellissimo e penso che poi questo sia l’anima della musica indipendente e della musica più vera. Per quanto riguarda il processo creativo tuo e del gruppo, le vostre canzoni nascono prima dalla musica o dalle parole?
G: Tendenzialmente nell’80% almeno dei casi è sempre nata prima la musica, l’armonia, dei giri armonici, la melodia di voce e poi ci ho sempre aggiunto le parole, in qualche caso è stato il contrario ma è molto meno probabile perché comunque è la musica stessa che mi spinge a tirar fuori un certo tipo di parole che poi sono legate alle cose che abbiamo detto prima.
Una curiosità, ti aiuta di più la notte o il giorno a scrivere?
G: Una volta era la notte, adesso non mi cambia tanto, diciamo che tendenzialmente capita più spesso di sera ma non so per quale motivo, probabilmente perché sono i momenti in cui c’è più libertà mentale, però non ho più una preferenza.
Quando viene viene l’ispirazione.
G: Sì, ed è anche giusto che sia così.
Sentendo il disco c’è una cura bellissima degli arrangiamenti, è un aspetto che prendete molto in considerazione?
G: In questo disco specialmente c’è tanta roba legata a quel mondo lì, probabilmente come dico spesso noi partiamo dal nostro suono di base, la nostra linea riconoscibilissima e ci mescoliamo tutte le cose che ci colpiscono e che incontriamo durante il nostro percorso e l’uso di archi diciamo che in qualche modo è abbastanza ricorrente nel mio mondo…però così tanto come in questo disco è la prima volta, ci stavano dentro e quindi ci sono.
Alla fine del disco c’è un brano musicale molto esteso. Vuoi spiegarci cosa rappresenta e come mai?
G: L’ultimo pezzo più che una canzone è un brano, dura più di sei minuti e non ha nemmeno la voce, è la title track che da il titolo al disco (“Dementia”). E’ il mio tentativo non so se riuscito ma spero di sì di riprodurre quel percorso che ho fatto dentro questa malattia mentale, perché la demenza di fatto lo è, dove ho cercato di riprodurre le varie fasi ultra altalenanti che ho visto accadere legate alla malattia. Da momenti di gioia a momenti di confusione totale a momenti di paura, terrore, silenzio e poi ancora confusione ed è quello che ho imparato guardando da vicino questo mondo. L’ho fatto poi con strumenti che non sono i nostri classici, non con chitarra elettrica, basso e batteria ma con strumenti più orchestrali perché mi sembrava che rendessero meglio questo cambio di fasi anche così lontane dalla gioia alla confusione o il terrore, non è una vera e propria canzone ma è il brano a cui forse sono più legato proprio perché in qualche modo è la bandiera del disco.
Un’ultima domanda a titolo più generale: rispetto a così tanta offerta musicale e non, secondo te questa cosa rende una persona più libera o più incapace di scegliere?
G:E’ difficile rispondere a questa domanda, perché effettivamente la grande offerta ci può portare anche in confusione ma credo che non si arrivi neanche a quel bivio perché credo che il sistema dell’ascolto della musica che c’è ora ormai da diversi anni è talmente cambiato rispetto a una volta che non c’è più tempo per ascoltare la musica, è tutto usa e getta. Passano quelle note, la gente le prende le ascolta duecento volte e poi basta, credo che non ci sia tanta ricerca in realtà, credo che non si arrivi nemmeno a quel bivio lì di più facile o più difficile perché non c’è neanche tempo o forse voglia di fare ricerca e si prende soprattutto quello che arriva davanti e escludiamo quelli che sono legati a un certo tipo di movimento o di scena che può essere quella alternativa o, per usare un nome che si usava una volta, underground dove la gente va un po’ più in cerca.
Diciamo che nel mare grosso non credo ci sia per niente ricerca, uno prende quello che viene quindi il fatto che ci sia tantissima scelta tutto sommato è poco influente, chi ha gli spazi più importanti arriva di più.
Grazie mille per questa conversazione, non vediamo l’ora di vedervi in tour, vuoi dirci anche le prossime date?
G: Sono giovedì 5/2 a Torino all’Hiroshima Mon Amour, venerdì 6/2 siamo a Treviso al New Age e sabato 7/2 siamo a Bologna all’Estragon. Poi tocchiamo un po’ tutta Italia, adesso non ricordo le date comunque a Milano, Roma, Taranto insomma un po’ tutta Italia.
Valeria Mazzola










