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Inchiesta Mps, due sindaci senesi: “scelte della banca dettate dalla politica”

“La politica, non soltanto locale, ha deciso le sorti della Fondazione e della Banca in riunioni che avvenivano fuori dalle istituzioni. Io stesso sono stato oggetto continuo di pressioni da parte del partito cui appartenevo, perché facessi certe operazioni e non altre. È uno dei motivi per cui ne sono stato espulso nel 2004. La mia visione dello sviluppo del Monte dei Paschi era diametralmente opposta a quella che girava non solo nel mio partito, ma anche negli organi di controllo”. Lo ha dichiarato Pierluigi Piccini, sindaco di Siena dal 1990 al 2001, eletto con il Pds, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione d’inchiesta sull’istituto di credito senese del Consiglio regionale, presieduta da Giacomo Giannarelli (M5s).
Secondo Piccini gli anni 2004 e 2007 sono cruciali per il destino dell’istituto di credito senese. “Nel 2004 Giuseppe Mussari, presidente della Fondazione, porta in evidenza tutte le riserve e le distribuisce a tutti i soci, anche di minoranza” ha ricordato. “Il Monte compra così tutti: a destra, a sinistra, in alto, in basso, a livello nazionale, regionale, locale. Diventano i padroni, non solo della banca”. Al riguardo Piccini ha suggerito di guardare i “primi venti nomi che sono a contenzioso”. “Capirete – ha sottolineato – come mai ci sono 47 miliardi di crediti incagliati dopo tre aumenti di capitale”.
L’altro punto di svolta, secondo l’ex sindaco di Siena, avviene nel 2007. “Il Monte dei Paschi ha il miglior bilancio della sua storia, ma comincia a distribuire patrimonio” ha sottolineato. “Compra Antonveneta, senza soldi, indebitandosi sul mercato”. A suo giudizio è “impossibile che gli organi di controllo non sapessero i particolari dell’acquisizione, riportati in un documento ufficiale, pubblico, scaricabile da Internet, inviato alla Consob in data 16 giugno 2008”.
La commissione ha quindi ascoltato Maurizio Cenni, sindaco di Siena dal 2001 al 2011, che ha ricordato come nel 2004 sia iniziata una vera e propria “campagna politica e istituzionale contro il Monte, accusato di essere troppo isolato”. “Sull’acquisizione di Antonveneta ci sono punti oscuri, c’è qualcosa che non quadra” ha affermato. “Se sul piano strategico si può esprimere un giudizio positivo, ci sono stati problemi gestionali e difetti contrattuali”. Un po’ quello che è successo con l’acquisizione di Banca 121. “Ci sono state pressioni politiche. Si diceva che Massimo D’Alema fosse lo sponsor di questa operazione” ha dichiarato. “Fu pagata troppo ed era un istituto di credito ‘virtuale’, senza penetrazione nel territorio pugliese”.
La commissione ha in programma altre audizioni, a partire dal banchiere Davide Serra per le sue dichiarazioni sull’influenza del Pd nella vicenda.
“Dalla ricostruzione dei due sindaci emerge che il patto del Nazareno esisteva già negli anni passati” ha concluso il presidente della commissione Giannarelli. “Quando, cioè, uomini legati a Denis Verdini di Forza Italia entrarono in Fondazione e nel consiglio di amministrazione della banca e quando la sostituzione di Giuseppe Mussari con Gabriello Mancini ha sancito il patto tra Margherita e Ds”. (dp)

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