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Il Teatro degli Orrori al Sonar di Colle. Capovilla: ”la musica può cambiare il mondo”

“Il Teatro degli Orrori” presenta al Sonar di Colle val d’Elsa “Il Teatro degli Orrori”. Nessun refuso, né errore di comprensione, la band guidata da Pierpaolo Capovilla questa sera, sabato 5 marzo, salirà sul palco del locale colligiano con il suo ultimo album omonimo. Ripreso il tour il 12 febbraio dopo le date di presentazione del Lp uscito lo scorso 15 ottobre “Il Teatro degli Orrori” irrompe in Valdelsa.
Ai microfoni di Antennaradioesse Pierpaolo Capovilla racconta l’ultimo lavoro della sua band senza abbandonare il piglio da intellettuale dissacrante. C’è spazio per la musica, l’attualità, la cronaca, e naturalmente anche per la politica, temi che diventano il file rouge del suo parlare.
Dopo “Dell’impero delle tenebre”, “A sangue freddo” e “Il mondo nuovo” siete usciti con “Il Teatro degli orrori” il quarto album della vostra carriera. Un Lp omonimo, tendenza che solitamente è in voga tra le band emergenti per il disco di esordio o in fase di lancio. Voi ormai siete un Must nel panorama underground italiano. Perché questa scelta? E’ il momento di una rinascita del Teatro degli Orrori?
“Affrontare il concerto del Teatro degli Orrori mi sembra la parola più giusta. Abbiamo cercato a lungo il titolo del disco, alcuni dei nomi vagliati avevano grande coerenza con i contenuti del disco. Non riuscendo però a trovare un titolo che ci trovasse tutti d’accordo abbiamo deciso di chiamare l’Album con il nostro stesso nome. Infondo ci sentiamo in una fase di ri-debutto della band, abbiamo abbandonato la formazione a quattro e con l’ingresso a tutti gli effetti di Kole Laca e Marcello Batelli (dal 2012 suonavano live con il Teatro n.d.r.) ci siamo trasformati in un sestetto. Percepiamo questo album come una ripartenza vera e propria. Inoltre infondo questo titolo è di grande attualità, oggi stiamo vivendo in un “Teatro degli Orrori”, le guerre sono ovunque e sempre più vicine a casa nostra. Questa è un’epoca dominata dalla menzogna e dalla violenza, quindi dall’orrore.”
L’attualità entra sempre nei tuoi testi. C’è posto per i giovani, per il mondo del lavoro, per l’immigrazione, c’è posto anche per il Partito Democratico. In “Il lungo sonno” dici: << aspettando che cambiasse il mondo o che cambiassi tu, sono cambiato io e senza accorgermene, adesso sono di destra>>. Ma ha senso oggi parlare di ideologizzazione politica, di destra e di sinistra?
“Siamo riusciti a trovare uno spazio anche per il Pd. (ride) L’ideologia politica continua ad esistere. Ciò che manca è la corretta narrazione politica. La classe dirigente ci invita a pensare ad una società priva di conflitto sociale, dove si vive tutti in un’area di centro, perché senza contrasto si vive meglio. Ebbene non è così, il conflitto continua ad esistere e va esaltato. E nel Lungo sonno lo dico bene. Dentro questa narrazione del non c’è più destra non c’è più sinistra, esiste anche la confusione tra progresso e sviluppo, un equivoco di cui parlava anche Pasolini in tempi non sospetti. Lo sviluppo non è quasi mai il progresso.”
Pierpaolo Capovilla non ha paura di dire ciò che pensa?
“Non ho mai avuto paura nella mia vita. A Venezia si dice <Paura e schei…mai>. ”
Il vostro pubblico vi ama proprio per questo. Gridate i vostri testi senza temere ciò che chi vi ascolta può pensare. Oggi può sembrare più facile fare una musica mainstream tanto nei suoni quanto nei testi, l’arte forse però è anche altro?
“Majackovski diceva che l’arte è lo scalpello dello scultore che il mondo lo rifà da capo. Chiaramente lui fu un cubo-futurista, un grande lirico della rivoluzione di ottobre e del sovietismo. Questi artisti pensavano veramente di cambiarlo il mondo, ed invece guarda che cosa è successo. Si sono creati una spaventosa macchina concentrazionaria e poliziesca dove la repressione politica era all’ordine del giorno. Però io dico questo, la musica se non serve a smuovere le coscienze non serve a niente. Sono consapevole che la mia è una visione massimalista e radicale, ma è il mio punto di vista e lo porto con me con grande orgoglio. Una canzone se non mi racconta il mondo in cui vivo, se non indaga le sue contraddizioni, le prevaricazioni, le ingiustizie, ma si ferma alle solite storielle d’amore adolescenziali, non mi racconta niente, quindi non mi arricchisce, anzi mi impoverisce. La musica non è solo la colonna sonora della nostra vita, la musica può cambiare il mondo.”

Il 31 agosto 2015 avete scritto sulla vostra pagina Fb “Il Teatro degli Orrori2 è un Lp che deve essere suonato dal vivo, su un palcoscenico. Con molte date alle spalle continuate a pensarla allo stesso modo?
“Un disco è come una poesia che chiede di essere enunciata per essere liberata dal piombo dell’inchiostro che la imprigiona alle pagine di un libro per diventare finalmente verbo. E la musica è un po’ la stessa cosa. Quando registri un disco cerchi di fare un bel prodotto, al massimo delle tue possibilità, provando a dare una qualità acustica all’album per renderlo contemporaneo, ma dal vivo le canzoni crescono e diventano materia vivente, per questo il live è assolutamente centrale nella nostra vita. Credo che questo valga per tutte le band che fanno rock esistenti al mondo. Noi facciamo questo strano lavoro perché amiamo il palcoscenico, onstage ci sentiamo finalmente vivi.”

Carolina Sardelli