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“Anna”: il mondo distopico di Niccolò Ammaniti

“Anna”, una miniserie Tv di sei episodi Sky Original prodotta da Wildside, società del gruppo Fremantle, in co-produzione con ARTE France, The New Life Company e Kwaï, è un capolavoro distopico che lo scrittore Niccolò Ammaniti ha creato e diretto a partire dal suo omonimo romanzo edito nel 2015.
Tra libro e serie per la televisione, mandata in onda a fine aprile, ci sono molte differenze volute proprio dall’autore, ma ciò che conta è quel senso di “rapimento e di angoscia” non va via qualunque sia lo “strumento” scelto per fruire di una storia assurda che dà i brividi fin dal suo incipit.
“Anna” è ambientata nella Sicilia del 2020, una terra devastata da una pandemia di influenza (vi richiama nulla alla mente?) – chiamata “la Rossa” – che uccide solo gli adulti, cioè tutti coloro che sono arrivati alla “pubertà”.
Ben diversa dalla situazione attuale causata dal Covid, virus che non ha nulla a che vedere con quanto “immaginato” da Ammaniti (cosa che infatti viene “letta” all’inizio di ogni puntata), “la Rossa” funge da pretesto per raccontare molto altro: la crudeltà di un mondo senza regole ad esempio; l’importanza di saper leggere e del saper fare; la necessità carnale di avere sempre qualcuno che guidi il branco, che ti dica cosa “devi fare”.
La protagonista principale è Anna che cerca in tutti i modi di proteggere il suo fratellino Astor (interpretato da Alessandro Pecorella) e di sopravvivere alla devastazione del mondo esterno. La madre, prima di morire, ha lasciato loro “il quaderno delle cose importanti”, un manoscritto con la funzione di guida pratica e sotto certi aspetti anche spirituale, ma che può solo “indicare cosa fare o meno” di fronte a specifiche situazioni. E con la fame come si fa? Si va a caccia di ciò che gli adulti hanno lasciato.
La necessità di soddisfare i bisogni primari fa venir fuori i più forti, i più furbi, i più veloci, i più cattivi; insomma l’anarchia favorisce chi, nel tempo, ha costruito possibili alternative nelle quali canalizzare e gestire la paura propria e quella altrui. Perché “Anna” racconta il “terrore” e lo fa con una sceneggiatura che scava nelle viscere di luoghi abbandonati e di protagonisti e antagonisti totalmente persi; lo fa con descrizioni impensabili per altri contesti narrativi. Qui è racchiusa la bravura di Ammaniti e di chi ha lavorato con lui: la co-sceneggiatrice Francesca Manieri, la costumista Catherine Buyse, la scelta della fotografia di Gogò Bianchi e del “cast” giovanissimo tra cui spicca, tra gli altri, l’esordiente Giulia Dragotto che interpreta Anna, la protagonista.
Quello che si vede nelle sei puntate è quindi una Sicilia, con Palermo in testa, dai toni post-apocalittici il cui ritmo “naturale” e selvaggio viene sottolineato persino dalla scelta delle luci – mai artificiali – e dalla musica alternativamente romantica e tribale composta da Rauelsson con l’aggiunta di artisti cult quali Loredana Bertè, Frank Sinatra, Mia Martini, Cristina Donà (il suo brano “Settembre” è la sigla del telefilm).
In questo susseguirsi inevitabile di situazioni violente, non mancano sfumature paradossali e toni fiabeschi. Ci sono espliciti rimandi a programmi quali X-factor e i vestiti, attillati o in stile principesco, ti catapultano nel deserto di Mad Max o sui cubi di una discoteca.
Nelle sei puntate, la “morte” è sempre presente nella quotidianità dei protagonisti principali e secondari; la speranza, invece, è la “luce” che si accende negli occhi di Anna, in quelli del suo amico Pietro (Giovanni Mavilla) e di Astor che cercano strade diverse per continuare a vivere, mentre (forse) sperano di non crescere mai.
L’unica adulta rimasta viva è “l’ermafrodita Picciridduna”, interpretata da Roberta Mattei; la sua è una condizione ormonale che l’ha salvata fermando il virus. Ma per scoprire qual è il suo ruolo all’interno della storia dovete o guardare la miniserie o leggere il libro o entrambi. Fate voi, ma preparatevi a venire spiazziati.

a cura di Simona Merlo

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